L'energy manager è il professionista che si occupa di gestire, controllare e ottimizzare l'energia all'interno di un'azienda, di un ente pubblico o di una qualsiasi struttura con consumi rilevanti.
In Italia questa figura ha anche un nome ufficiale meno immediato, ovvero responsabile per la conservazione e l'uso razionale dell'energia, e nasce da un preciso obbligo di legge che riguarda i grandi consumatori. Il suo lavoro ruota attorno a tre verbi chiave: analizzare i consumi, ridurre gli sprechi e promuovere efficienza energetica e fonti rinnovabili, generando così un doppio vantaggio, economico e ambientale.
Negli ultimi anni la domanda di questo profilo è cresciuta in modo evidente. La spinta della transizione ecologica, l'impennata dei costi dell'energia e gli obblighi sempre più stringenti in materia di sostenibilità hanno trasformato l'energy manager da figura quasi burocratica a risorsa strategica per chiunque voglia tenere sotto controllo la propria bolletta e, al tempo stesso, ridurre le emissioni.
Ti starai chiedendo cosa fa esattamente, quando la sua nomina diventa obbligatoria, chi può ricoprire il ruolo, quanto si guadagna e soprattutto che tipo di studi fare per diventarlo. In questa guida troverai le risposte precise a ognuna di queste domande. Dalla normativa di riferimento fino ai percorsi formativi più concreti per entrare nel settore.
Chi è l'energy manager
L'energy manager è una figura professionale specializzata nella gestione dell'energia, responsabile di garantire la conservazione e l'uso razionale delle risorse energetiche all'interno dell'organizzazione in cui opera. In pratica verifica i consumi, li ottimizza e propone interventi mirati per migliorare l'efficienza e aumentare il ricorso alle fonti rinnovabili.
Come accennato, in Italia il nome tecnico di questo ruolo è "responsabile per la conservazione e l'uso razionale dell'energia".
Si tratta di una denominazione introdotta dalla normativa, che fotografa bene la sostanza del lavoro: non un semplice tecnico che legge i contatori, ma un professionista che incrocia competenze energetiche, gestionali ed economico-finanziarie per incidere sulle politiche energetiche dell'ente.
Proprio per questa natura trasversale, l'energia diventa un tema orizzontale che tocca chi acquista elettricità e combustibili, chi gestisce la manutenzione, chi progetta edifici e impianti e perfino chi redige le specifiche dei bandi di gara.
Come cambia il ruolo in base alle dimensioni dell'organizzazione
Un aspetto che spesso sfugge è che il profilo non è sempre uguale a sé stesso. Cambia, e parecchio, a seconda delle dimensioni e della complessità della struttura in cui si inserisce.
Nelle organizzazioni complesse l'energy manager è preferibilmente un dirigente alla guida di un gruppo di persone con estrazione prevalentemente tecnica.
Qui il suo compito non è tanto operativo quanto strategico, perché deve influire sulle decisioni di vertice e disporre dell'autorevolezza necessaria per orientare gli investimenti. Curiosamente, è l'unico caso in cui non è strettamente indispensabile che sia un tecnico puro, anche se un profilo tecnico resta quasi sempre preferibile.
Nelle aziende e negli enti di piccole dimensioni, invece, il ruolo è generalmente affidato ad un consulente esterno dotato di solide competenze tecniche. La parte gestionale in questi casi è più limitata perché difficilmente un consulente può intervenire sulle procedure interne, ma la funzione mantiene comunque unsenso.
C'è poi una terza situazione: quella delle singole residenze, dove un consulente dedicato non sarebbe sostenibile per via dei costi.
In questo caso la funzione può essere svolta da reti di supporto come associazioni di consumatori, agenzie e punti energia, oppure da chi rilascia la certificazione energetica. In questo scenario, però, mancando la componente di gestione, si parla più propriamente di energy auditor piuttosto che di energy manager. La differenza è sottile ma sostanziale: l'auditor fotografa e misura, il manager gestisce e decide.
Cosa fa un energy manager nel concreto
Veniamo al cuore della questione, ovvero le mansioni dell'energy manager. I compiti sono numerosi e dipendono in parte dal contesto specifico, ma è possibile individuare un nucleo di attività ricorrenti.
In primo luogo c'è il monitoraggio dei consumi energetici, condotto attraverso audit ad hoc oppure, quando disponibili, tramite i report prodotti da sistemi di telegestione, telecontrollo e automazione.
Da qui parte tutto: senza una misurazione affidabile e una baseline dei consumi non è possibile capire dove si annidano gli sprechi. L'energy manager analizza poi questi dati, valuta i costi associati e costruisce gli indicatori di consumo energetico per le utenze più rilevanti.
Sulla base di queste evidenze passa poi alla fase propositiva. Individua interventi di efficientamento di tipo tecnico, gestionale o comportamentale, promuove un uso più consapevole degli impianti e dei comportamenti tra dipendenti e occupanti, e suggerisce investimenti capaci di migliorare i processi produttivi o le performance dei servizi. Spesso si occupa anche della gestione degli approvvigionamenti, negoziando contratti e ottimizzando le forniture, con un occhio attento alla corretta gestione dei carichi elettrici per evitare quelle punte di potenza che fanno lievitare i costi.
Non manca l'analisi degli aspetti economico-finanziari delle proposte, con la valutazione degli investimenti energetici e dei relativi ritorni, calcolati anche in termini di tempi di rientro e indicatori come ROI e TIR. Infine c'è la verifica dei risultati, che serve a dimostrare la validità delle azioni intraprese e a diffondere le buone pratiche all'interno dell'organizzazione.
I compiti previsti dalla legge
Una parte di queste attività non è frutto di semplice buon senso aziendale, ma deriva direttamente dalla normativa. L'art. 19 della Legge 10/1991 assegna al responsabile per la conservazione e l'uso razionale dell'energia tre funzioni precise: individuare azioni, interventi e procedure per promuovere l'uso razionale dell'energia; assicurare la predisposizione dei bilanci energetici in funzione dei parametri economici e degli usi energetici finali; predisporre i dati di verifica degli interventi effettuati che hanno beneficiato di contributi statali.
A questo si aggiunge quanto previsto dall'art. 26 della stessa legge, che riguarda la relazione tecnica e l'attestazione di verifica per i progetti destinati a soddisfare il fabbisogno energetico degli edifici pubblici ricorrendo, ove possibile, alle fonti rinnovabili. Negli enti pubblici, inoltre, l'energy manager monitora lo stato dei lavori e la corretta esecuzione dei contratti di servizio energia.
Le attività che vanno oltre l'obbligo normativo
Con il tempo il ruolo si è ampliato ben oltre il perimetro disegnato nel 1991. Oggi l'energy manager effettua diagnosi energetiche interne per creare le basi procedurali, informatiche e tecniche dell'efficientamento, favorisce procedure e buone pratiche contro gli sprechi e collabora con l'ufficio acquisti per promuovere i cosiddetti acquisti verdi (green procurement) e l'acquisto di macchinari a basso consumo, valutati secondo la logica del costo del ciclo di vita.
C'è poi un collegamento importante con i sistemi di gestione. La Circolare del 18 dicembre 2014 del Ministero ha chiarito che nelle grandi strutture il responsabile per la conservazione e l'uso razionale dell'energia coincide, di fatto, con la figura del responsabile del Sistema di gestione dell'energia ai sensi della norma ISO 50001, ovvero lo standard internazionale che definisce le linee guida per creare, implementare e migliorare continuamente le prestazioni energetiche aziendali. Un ruolo che va inquadrato a tutti gli effetti come una funzione dirigenziale o comunque di livello adeguato. Dotarsi di un sistema certificato ISO 50001, del resto, è uno dei modi migliori per garantire all'energy manager le condizioni operative e la collaborazione interna di cui ha bisogno.
Quando è obbligatorio nominare un energy manager
Arriviamo a una delle domande più frequenti in assoluto. La nomina dell'energy manager non è sempre facoltativa: in alcuni casi è un vero e proprio obbligo di legge ed ignorarlo comporta conseguenze concrete.
Le soglie di consumo e i settori coinvolti
Il riferimento è ancora una volta la Legge 10/1991, che impone la nomina del tecnico responsabile per la conservazione e l'uso razionale dell'energia in base a precise soglie di consumo annuo, misurate in TEP (Tonnellate Equivalenti di Petrolio).
Nel dettaglio, l'obbligo scatta per i soggetti operanti nel settore industriale che nell'anno precedente hanno registrato un consumo superiore a 10.000 TEP all'anno, e per i soggetti dei settori civile, terziario e trasporti che hanno superato i 1.000 TEP all'anno.
Ai fini del raggiungimento di queste soglie va considerata tutta l'energia gestita dall'ente, a prescindere dal fatto che sia stata acquistata a titolo oneroso o gratuito, che riguardi immobili di proprietà o in locazione, o che provenga da contratti di servizio energetico. Per i Comuni il parametro corrisponde di norma alle amministrazioni con una popolazione superiore ai 50.000 abitanti, soglia legata anche all'obbligo di redazione del Piano Energetico Comunale.
Chi può essere nominato energy manager
Qui arriva un dettaglio che sorprende molti. La Legge 10/1991 non prevede requisiti minimi formali per ricoprire il ruolo, come la frequenza di corsi specifici, determinati titoli di studio o particolari certificazioni. In altre parole, dal punto di vista strettamente normativo, chi può essere nominato energy manager è una platea piuttosto ampia.
La nomina, infatti, può ricadere su un dipendente interno in possesso delle competenze tecniche richieste oppure su un consulente esterno dotato di idonea esperienza, scelto quando in azienda manca personale con le competenze adeguate. L'obbligo riguarda sia soggetti pubblici sia privati, con o senza personalità giuridica.
Rientrano dunque persone fisiche come i titolari di aziende individuali, persone giuridiche come associazioni, fondazioni e società per azioni, enti pubblici anche non economici come Comuni, Province e aziende sanitarie locali, oltre ad altri soggetti privi di personalità giuridica come associazioni non riconosciute, società di fatto e consorzi. Non rientrano invece i gruppi societari in quanto tali, perché l'esistenza di rapporti di controllo non individua, a questi fini, un soggetto diverso dalle singole società.
Attenzione, però, a non confondere assenza di requisiti formali con assenza di competenze. Visti i compiti in gioco, l'energy manager dovrebbe comunque dimostrare solide conoscenze nel settore dell'energia, saper valutare gli investimenti e conoscere legislazione e mercati, il tutto unito a buone doti comunicative.
Come avviene la nomina tramite FIRE
La procedura è ben definita e centralizzata. Ogni anno, entro il 30 aprile, i soggetti obbligati devono comunicare il nominativo del proprio energy manager attraverso la piattaforma NEMO (Nomina Energy Manager On-line), gestita dalla FIRE, la Federazione Italiana per l'uso Razionale dell'Energia, su incarico del Ministero competente.
In concreto si accede al portale dedicato, ci si registra, si compila la dichiarazione di consumo e si inseriscono i dati del soggetto nominato. Completata la procedura, il sistema genera un attestato di avvenuta nomina. Vale la pena ricordare che anche i soggetti che non raggiungono le soglie di legge possono nominare volontariamente il responsabile, seguendo esattamente la stessa procedura prevista per gli obbligati. Una scelta sempre più diffusa, dettata dalla volontà di migliorare la sostenibilità e contenere i costi operativi.
Cosa accade se la nomina manca
Trascurare questo adempimento non è privo di conseguenze. La Legge 10/91 stabilisce che la mancata nomina dell'energy manager esclude i soggetti dagli incentivi e dai contributi energetici di cui potrebbero altrimenti beneficiare. A questo si aggiunge la previsione di una sanzione amministrativa in caso di inosservanza dell'obbligo. In sostanza, oltre a perdere un'occasione di efficientamento, l'ente inadempiente rischia di tagliarsi fuori dai vantaggi economici previsti dalla normativa.
Chi può diventare energy manager e quali requisiti servono
Una cosa è la nomina formale, un'altra è l'accesso reale alla professione. Quando ci si chiede “chi può diventare energy manager” non si parla più di designazione interna, ma del bagaglio di competenze necessario per esercitare il ruolo in modo efficace e per proporsi sul mercato come professionista credibile.
Sotto questo profilo, anche se la legge non impone titoli specifici, il mercato del lavoro è molto più selettivo.
Un energy manager preparato deve conoscere a fondo i processi di produzione di beni e servizi, padroneggiare le tecnologie per l'uso razionale dell'energia, saper dialogare con le diverse funzioni aziendali per raccogliere informazioni sui fabbisogni e disporre di un solido bagaglio tecnico, comprese le competenze informatiche. Deve inoltre conoscere il mercato energetico e saper costruire progetti di investimento da presentare alla direzione, completi di una valutazione attendibile del ritorno economico.
Le competenze tecniche e gestionali richieste
Le abilità più richieste per questa figura combinano il sapere tecnico con le capacità trasversali. Sul versante tecnico contano la conoscenza dei sistemi energetici, delle tecnologie di efficienza, della produzione e distribuzione di energia, oltre a una buona dimestichezza con la normativa di settore. Sul fronte gestionale e relazionale entrano in gioco il pensiero critico, il problem solving, la capacità di analisi e di ascolto attivo, le doti di negoziazione, lo spirito di iniziativa e le qualità di leadership.
Non è un mix banale, e raramente lo si possiede al completo fin da subito. Buona parte di queste competenze si affina nel tempo, attraverso l'esperienza professionale e un aggiornamento formativo continuo, indispensabile in un settore che cambia con la stessa rapidità delle tecnologie e delle normative che lo regolano.
Cosa studiare per diventare energy manager
Eccoci alla domanda decisiva per chi guarda al futuro, ovvero: cosa studiare per diventare energy manager? Non esiste un unico percorso obbligatorio, perché il ruolo richiede competenze multidisciplinari che mettono insieme conoscenze tecnico-ingegneristiche, competenze gestionali ed economiche e la capacità di applicare la normativa energetica. Detto questo, alcune strade sono più battute e più indicate di altre.
Le lauree più indicate
Il percorso accademico classico passa quasi sempre da una laurea in ingegneria, nelle sue declinazioni energetica, elettrica, meccanica, ambientale, industriale o gestionale. Sono indirizzi che forniscono le basi tecniche su cui poggia tutto il resto del lavoro. Accanto all'ingegneria trovano spazio anche le scienze ambientali, la fisica, la chimica, l'architettura e i percorsi di economia con indirizzo energia o ambiente. È comunque possibile arrivare alla professione anche da lauree diverse, purché integrate con una formazione specialistica riconosciuta.
Il percorso ITS per costruire competenze tecniche sul campo
C'è poi una via meno conosciuta, ma particolarmente efficace per chi vuole acquisire competenze immediatamente spendibili senza affrontare un lungo percorso universitario: i percorsi ITS Academy (Istituti Tecnologici Superiori). Si tratta di scuole di alta specializzazione tecnologica post diploma, pensate proprio per formare tecnici pronti a inserirsi nel mondo del lavoro nei settori a più alta domanda, tra cui l'energia e l'efficienza energetica, una delle dieci aree tecnologiche nazionali.
Un percorso ITS biennale rilascia un diploma di tecnico superiore di V livello EQF, riconosciuto a livello europeo e si distingue per il forte equilibrio tra teoria e pratica. Una quota rilevante del monte ore è dedicata allo stage in azienda e per legge il tirocinio obbligatorio copre almeno il 30-35% delle ore complessive, tutte concentrate prevalentemente nel secondo anno. Per chi preferisce imparare lavorando esiste, inoltre, la possibilità di seguire il percorso in apprendistato di alta formazione e ricerca. Un vero e proprio contratto di lavoro disponibile già dal primo anno.
In questo scenario si colloca l’ITS Academy Green Tech, fondazione con sede a Torino specializzata proprio nei settori dell'efficienza energetica, della transizione ecologica e dell'edilizia sostenibile. Tra i nostri percorsi figura anche quello dell'Energy Manager, dedicato a chi vuole imparare a gestire e ottimizzare i consumi energetici con un approccio concreto e operativo.
Va precisato un punto, importante per onestà informativa: nessun titolo di studio, da solo, conferisce automaticamente l'incarico di energy manager ai sensi della Legge 10/1991, ma un percorso tecnico di questo tipo costruisce esattamente quel bagaglio di competenze che il mercato richiede. Un altro elemento da conoscere riguarda i costi: in Piemonte i corsi ITS sono interamente gratuiti grazie al finanziamento del Fondo Sociale Europeo e della Regione Piemonte, mentre in altre regioni può essere previsto un contributo di iscrizione.
Master e corsi di specializzazione
A completare il quadro formativo ci sono i percorsi di specializzazione post laurea. Un master in energy management consente di acquisire competenze avanzate su diagnosi energetica, gestione di impianti e reti, normativa e incentivi, sistemi di monitoraggio e analisi costi-benefici. Esistono poi numerosi corsi mirati, anche in formato e-learning per conciliare studio e lavoro, focalizzati su temi specifici come l'implementazione di un sistema di gestione ISO 50001, le tecniche di efficientamento o l'aggiornamento normativo. Sono strumenti preziosi soprattutto per chi punta anche alla certificazione come EGE, di cui parliamo tra poco.
Energy manager ed EGE, quali sono le differenze
Uno dei punti che genera più confusione riguarda il rapporto tra l'energy manager e l'EGE, l'Esperto in Gestione dell'Energia. Sono due professionalità distinte, che possono però convergere nella stessa persona.
La differenza di fondo sta nella natura stessa delle due figure. L'energy manager, come abbiamo visto, è una funzione prevista dalla legge(Legge 10/1991), e viene nominato dalle organizzazioni con consumi elevati senza alcun obbligo di formazione o certificazione. L'EGE è invece una qualifica professionale certificata, attestata secondo la norma UNI CEI 11339 con riferimento al D.Lgs. 115/2008, che riconosce competenze tecniche a livello nazionale.
Di conseguenza cambia anche il modo in cui si arriva a ricoprire i due ruoli. Per diventare energy manager basta una nomina interna o un incarico esterno, mentre per fregiarsi del titolo di EGE occorre superare un vero e proprio esame di certificazione, dimostrando esperienza e formazione adeguate. Diversa è pure la sfera operativa: se l'energy manager si concentra sulla gestione e sull'ottimizzazione dell'energia in senso ampio, all'EGE è riservata la possibilità di firmare le diagnosi energetiche e di gestire determinate pratiche di incentivazione, attività per cui la certificazione diventa indispensabile.
In definitiva, un energy manager può non essere un EGE, ma per svolgere bene il proprio incarico dovrebbe possedere requisiti tali da soddisfare di fatto la norma UNI CEI 11339. Quando le due qualifiche si sommano nella stessa persona, il professionista dimostra un livello di preparazione che gli permette di operare al massimo delle sue potenzialità.
Energy manager e lavoro, sbocchi e settori
Passiamo a un tema che interessa da vicino chi sta valutando questo percorso: il rapporto tra energy manager e lavoro. La buona notizia è che gli sbocchi professionali sono in forte crescita, sostenuti dalle politiche europee sulla decarbonizzazione e dagli investimenti della transizione energetica.
I settori che richiedono un energy manager
Gli ambiti di impiego sono molteplici e coprono sia il pubblico sia il privato. Nel mondo delle aziende private la domanda arriva dalle industrie energivore, dagli impianti di produzione, dalla grande distribuzione organizzata, dal settore logistico e dal facility management.
Molto attive sono anche le società di consulenza energetica e le ESCO (società di servizi energetici), insieme alle startup della smart energy.
In questi contesti l'energy manager può operare come dipendente strutturato oppure come consulente esterno o freelance, con redditi che variano in base al numero di clienti e ai progetti gestiti. Proprio per accompagnare l'ingresso in questi ambiti, i percorsi ITS affiancano allo studio un servizio di placement dedicato, pensato per fare da raccordo tra la formazione e le aziende del territorio.
L'energy manager nella pubblica amministrazione
Un capitolo a sé, spesso sottovalutato, è quello della pubblica amministrazione. Qui il ruolo è particolarmente strategico, perché si inserisce in un contesto di patrimoni immobiliari articolati fatti di scuole, uffici, ospedali e impianti sportivi.
L'energy manager pubblico analizza i consumi, propone azioni di efficientamento e supporta il contenimento della spesa pubblica, interfacciandosi con uffici tecnici, responsabili del patrimonio ed organi politici. Contribuisce inoltre all'adozione dei sistemi di gestione ISO 50001 nella PA (Pubblica Amministrazione) e accompagna l'ente nell'accesso a incentivi e fondi pubblici per la riqualificazione energetica. Considerando che la nomina nella PA è obbligatoria oltre determinate soglie, si tratta di un bacino occupazionale tutt'altro che marginale.
Una domanda spinta da PNRR, ESG e comunità energetiche
A rendere ancora più dinamico il mercato concorrono alcuni fattori di contesto che vale la pena tenere d'occhio. La diffusione delle logiche ESG, gli investimenti del PNRR, gli audit energetici obbligatori e la nascita delle comunità energetiche stanno moltiplicando le occasioni occupazionali per questo profilo.
Un dato aiuta ad inquadrare il fenomeno: nel 2024 in Italia sono state registrate 2.571 nomine di energy manager, di cui 1.752 obbligatorie per legge e 819 effettuate su base volontaria. Numeri che raccontano una domanda consolidata e in forte espansione, che coinvolge tanto le grandi imprese quanto le organizzazioni pubbliche. Formarsi oggi in questo ambito significa posizionarsi in un mercato in cui i green jobs sono tra i profili più ricercati.
Quanto guadagna un energy manager
E veniamo alla domanda che, diciamolo, sta a cuore a molti: quanto guadagna un energy manager? La risposta non è univoca, perché lo stipendio dipende da diversi fattori, tra cui l'esperienza, le responsabilità, la dimensione dell'organizzazione, il settore e le eventuali certificazioni possedute.
Il riferimento più solido sul fronte salariale resta l'indagine sulla retribuzione condotta dalla FIRE (Federazione Italiana per l'uso Razionale dell'Energia), secondo cui oltre la metà degli energy manager italiani percepisce uno stipendio lordo annuo compreso tra i 30.000 e i 60.000 euro.
Una forbice ampia, che fotografa bene la varietà di inquadramenti del settore, dove il ruolo viene affidato più spesso a quadri e impiegati che a dirigenti. Le rilevazioni più recenti delle piattaforme di mercato confermano l'ordine di grandezza: Glassdoor, per il 2026, indica uno stipendio medio intorno ai 47.000 euro, con una fascia tipica che va dai 40.000 ai 66.000 euro.
Sul versante della progressione di carriera, l'analisi di Adecco offre un quadro utile. I profili junior, con meno esperienza, partono in genere da cifre intorno ai 30.000-35.000 euro, per poi salire sensibilmente con l'anzianità.
Nei green job più richiesti si arriva a toccare i 90.000 euro, soprattutto nel settore industriale e nelle ESCO, mentre chi raggiunge le posizioni dirigenziali, dopo un'esperienza pluriennale consolidata, può collocarsi in una fascia compresa tra i 100.000 e i 150.000 euro annui. Va detto, però, che in Italia arrivare a questi livelli di vertice resta meno frequente che altrove, anche perché l'inquadramento contrattuale tende a rimanere su gradini più bassi rispetto al peso strategico effettivo del ruolo.
Una professione al centro della transizione ecologica
Arrivato a questo punto hai un quadro completo di chi è l'energy manager, di cosa fa, di quando la sua nomina è obbligatoria e dei percorsi per arrivarci. Resta da mettere a fuoco un'ultima cosa, ovvero il perché valga la pena guardare a questa professione proprio adesso.
L'energy manager è una delle figure più strategiche per accompagnare aziende e pubbliche amministrazioni lungo la strada della transizione ecologica ed energetica. In un'epoca in cui efficienza, sostenibilità e riduzione dei consumi sono diventati obiettivi prioritari, chi sa gestire l'energia con metodo offre un valore concreto e misurabile, fatto di costi più bassi, minori emissioni e maggiore competitività.
Non sorprende che la domanda di queste competenze continui a crescere e che il settore green sia oggi uno dei più solidi in termini di prospettive occupazionali.
Se vuoi entrare in questo mondo partendo da una formazione tecnica verticale, capace di unire teoria e pratica e portarti rapidamente verso professioni ad alta qualificazione, i percorsi di ITS Academy Green Tech, in particolare quelli dell'area energia e impianti, rappresentano un punto di partenza concreto, soprattutto sul territorio piemontese dove la trasformazione industriale nei settori green è già in pieno corso. Il primo passo è informarsi, capire quale percorso si avvicina di più ai tuoi obiettivi ed iniziare a costruire le competenze che il mercato dell'energia richiede.
Domande frequenti sull'energy manager



